lunedì 27 settembre 2021

Pericolo Giallo


Torna indietro ti prego.

Non farlo. Non adesso.

Sul ciglio della strada col collo tirato verso l’alto, attenta a valutare il momento giusto per attraversare, l’anatra non riceve i miei messaggi telepatici che rimbalzano di rimando sul cristallo del parabrezza.

Rallento fluido i miei sessantacinque all’ora a zero. Sono fermo, sulla carreggiata con le quattro frecce, davanti all’anatra che sicura e tranquilla decide di attraversare ora. Al di là della strada c’è il canale e oggi la lezione di nuoto. L’erba a bordo strada sputa un piccolo anatroccolo dopo l’altro che in fila indiana si accodano alla mamma. Giunge in lontananza una fila d’auto. Lampeggio, suono, agito la mano dal finestrino. Il primo della fila non accenna a rallentare. I sensori di serie che individuano ostacoli sulla carreggiata non sono ancora così diffusi. Comincio ad agitarmi. Esiste una prassi, una sorta di comportamento standard, una direttiva da adottare per segnalare un pericolo, un attraversamento imprevisto, alle auto che sopraggiungono?

A parte il lancio del triangolo catarifrangente a mo’ di boomerang non mi viene in mente altro.

La mamma anatra sculetta sull’asfalto, si sente sicura, intoccabile come un immortale adolescente, come un highlander del clan MacLeod. Gli obbedienti, diligenti piccoli la seguono in fila indiana, si fidano, è la loro mamma. Se l’auto non rallenterà e l’anatra non si affretterà, abbandonando lo status di: “a passeggio col gelato dopo cena”, verranno investiti e stritolati. Mi immagino la scena nei minimi particolari, l’orrore, la tristezza e la rabbia generata dall’impotenza e dall’ingiustizia giustificherebbe l'imbracciare una mitragliatrice M60 su bersaglio di pneumatici. A pochi metri dall’impatto, l’auto che sopraggiunge inchioda, le gomme stridono, il ghiaietto scricchiola, la fila di anatroccoli si rompe, si ricompatta, accelera il passo e attraversano tutti.

Domani scaricherò dal bagagliaio l’attrezzatura per il guerrilla gardening è lo riempirò di tubi e cartelli per il guerrilla road-sign.

lunedì 1 febbraio 2021

Provvisorio

 



In famiglia la cassetta degli attrezzi era custodita da mamma. Ci si rivolgeva a lei quando occorreva un cacciavite, la tenaglia, un chiodo. Se serviva una brugola bisognava specificarne il numero e se non andava bene, solo alla restituzione dell’arnese troppo piccolo veniva consegnato quello di una misura in più. Papà non amava le domande, soprattutto quando era divorato dal fuoco creativo dell’opera, così preferiva comprare l’occorrente di volta in volta dal ferramenta.

Il giorno che costruì il recinto per le galline, per proteggerle da una fantomatica faina, tornò con la rete metallica, paletti di ferro, badile, mazzetta, pinza, filo di ferro, chiodi.

Noi tre bambini, presentammo pronta richiesta di partecipazione alla costruzione ma, il mio entusiasmo salterino a mani giunte, i gesti di sfida e le minacce di Paolino e l’intraprendenza del piccolo Sandrino che girovagava già a ritroso, trascinando a due mani per il cantiere il martello, non servirono ad avallare la domanda. Lo avremmo rallentato, gli avremmo confuso le idee, probabilmente ci saremmo fatti male e per finire: “…la gente cosa avrebbe detto”.

Seduti sul muretto a guardare; il recinto non era perfetto, qualche palo non era in bolla, in qualche punto la rete non chiudeva bene, per chiudere e aprire il cancellino si doveva far pressione verso l’alto alzandolo.

Dopo l’ultimo chiodo piantato, papà si tirava dritto e con un bel respiro profondo esclamava “Oooh va che bel!” Poi si rivolgeva ai nostri sguardi dubbiosi con: “eeeh?”, “va minga ben?”, “…pruvisòri”.

Tutta la sua vita fu provvisoria. Provvisoria la casa, l’arredamento, l’auto, la sistemazione in hotel delle vacanze estive.

Papà era l’uomo del provvisorio. L’uomo che si attivava solo in stato di urgenza ed emergenza mettendo pezze con ciò che aveva, come chi per non affogare nel mondo tappa il buco della barca, su cui siamo tutti, con un salame.

Ti voglio bene pà.

giovedì 8 agosto 2019

Vite da Cani


Edward


(Ritratto di gruppo con assenza - Luis Sepulveda)
 
Qualche mese fa ho visto ridere mio figlio Leon mentre ascoltava qualcosa con gli auricolari dell'iPod infilati nelle orecchie. Rideva in modo dolce, tenero, e annuiva, non per andare al tempo di quello che stava ascoltando, ma per dimostrare che era d'accordo con ciò che gli entrava nella testa. Gli ho domandato di cosa si trattasse e la sua risposta mi ha stupito: “ È un rap e racconta una storia che sembra scritta da te”. Il rap non è una musica che mi entusiasmi particolarmente, ma ho preso gli auricolari e ho ascoltato una canzone, rappata da un cantante tedesco, che mi ha riempito di entusiasmo e di curiosità. Era la storia di un cane di nome Edward, e per raccontare quanto segue ho fatto un’indagine nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino.

Il cane era nato in un allevamento della polizia tedesca e avrebbe dovuto essere un pastore tedesco di razza pura, ma a quanto pare un altro cane dalle origini poco nobili si era infilato nella gabbia di sua madre e, secondo il responsabile dell'allevamento erano nati sette cuccioli piuttosto strani. Uno di loro era Edward, anche se il suo nome allora era un altro, più breve e secco: Kim. Al momento di mostrare le sue doti, il cucciolo si era messo in luce per il fiuto eccellente, così era stato addestrato come cane antidroga e quando aveva compiuto un anno svolgeva già funzioni investigative all'aeroporto di Berlino.
Il cane annusava con cura le valigie, le scatole, i pacchi e infallibilmente scopriva qualunque piccolo contrabbando di cocaina, eroina, marijuana e altri stupefacenti. Eseguiva il suo lavoro in modo impeccabile, ma i suoi padroni si accorsero che tutta la sua attenzione si concentrava sulle valigie di lusso, sulle Samsonite, Button, Mandarina Duck e altre marche prestigiose, mentre non si dava nemmeno la pena di fiutare gli zaini e i bagagli che tradivano la giovinezza o la povertà dei proprietari. Mentre adempiva alle sue mansioni, il cane restava impassibile a commenti del tipo; “Che bel cane”, non guardava i viaggiatori vestiti in modo formale elegante, ma agitava la coda in modo assai amichevole quando si trattava di punk, di hippy, di rockettari o di chiunque altro fosse vestito in maniera disastrosa. Questa sorta di perdita dell'imparzialità professionale sollevò dei sospetti e così un giorno come tanti i poliziotti fermarono un punk che veniva da Amsterdam, gli tolsero di mano il bagaglio e lo misero davanti al cane. Edward lo fiutò senza entusiasmo, ma quando lo aprirono vi trovarono duecentocinquanta grammi di marijuana messicana. Il cane, che si chiamava ancora Kim fu destituito dal suo incarico, degradato ed espulso dalla polizia tedesca. Ritornò all'allevamento squalificato anche per la riproduzione e finì sulla lista delle bestiole in cerca di un padrone della Società per la Protezione degli Animali. Venne così adottato da una coppia che aveva una casa con giardino nelle vicinanze del Wandsee, un posto raffinatissimo con case patrizie e Porsche ultimo modello parcheggiate davanti a ogni porta. Al cane non piacque quell'ambiente borghese e scappò. Poco tempo dopo ricomparve a Kreuzberg, il quartiere turco, il quartiere degli squatter, di chi occupa vecchie case sopravvissute alla guerra e molto ambite dagli speculatori immobiliari. Divenne la mascotte di un gruppo di punk, che lo chiamarono Edward, e allora sì che il cane cominciò a sfoggiare le sue formidabili doti olfattive. Fra i punk Edward spiccava per il buonumore, è verissimo che si lasciò mettere un piercing all'orecchio sinistro e che andava in giro insieme suoi compagni, non certo padroni, con qualche ciuffo di pelo tinto di rosso e un fazzoletto zapatista intorno al collo. I punk si ritrovarono a bere birra a buon mercato in un parco, lì arrotolavano le loro canne di hashish o marijuana, sotto lo sguardo attento di Edward, e quando il cane alzava la testa, fiutava l'aria e abbaiava, era segno inequivocabile che la polizia stava per arrivare. Edward sentiva l'odore degli sbirri, della madama; un fruttivendolo Curdo di Kreuzberg mi raccontò che il cane punk, come lo chiamava, era riuscito a sventare svariati tentativi di sgombero grazie al suo fiuto. Arrampicato sul tetto di una vecchia casa occupata, annusava l'aria di Berlino e avvisava con grande anticipo del pericolo incombente. I cani delle grandi città normalmente si nutrono di croccantini, quei biscottini duri fatti con gli scarti di altri animali. Edward invece viveva felice ingozzandosi con i gyros di una taverna greca, i doner kebab di un ristorante turco, di cevapcici di un negozio croato, gli shashlik di Amburgo e i teneri wienerwurst di un macellaio tedesco. Allo Spank, una bettola frequentata da vecchi rockettari dove suonano ancora i dischi di vinile, mi hanno raccontato che Edward amava la birra ed era capace di bere varie ciotole della pilsener che gli servivano, nel suo angolo preferito, bello tranquillo, senza dar fastidio a nessuno. Un cliente assiduo dello Spank ha aggiunto che Edward aveva messo incinte varie cagnette e aveva una miriade di figli nel quartiere. Ma tutti parlavano al passato, Edward aveva fatto questo, Edward aveva fatto quell’altro, e allora ho cominciato a domandare dove era adesso il cane o cosa gli era successo. Nessuno ha saputo darmi una risposta. Ho parlato anche con vari punk che mi hanno mostrato le fotografie di Edward, ma nemmeno loro avevano idea di dove fosse finito. “Un bel giorno se ne andato, Se ne andato e basta, puff!”, perché era un cane libero mi ha detto una punk con inconfondibile accento berlinese E ora che scrivo queste righe, mi metto gli auricolari e sottoscrivo i versi centrali del rap: “Dio salvi il cane Edward, custode della nostra piccola libertà”.

(Ritratto di gruppo con assenza - Luis Sepulveda)

giovedì 27 settembre 2018

Ostia!


In Spagna la parola hostia, non è una bestemmia.

Y yo estaba furioso de la hostia, (dannatamente) furioso.

Una sobrecubierta de la hostia. (fantastica) Fue una alegría ver esa nota salir del fax.

¿Senti il suono, la forza, il colpo da dietro che fa impennare e detonare la rabbia o la gioia?

E’ una parola utile, straordinaria, una parola che accende la miccia.

domenica 2 settembre 2018

Vedi Cara

L’innamoramento non è per sempre. Deve finire per far si che nasca l’amore.
Nell’amore si ha il governo di sè, non si è più travolti da passioni o deliri.
L’amore non è affettività, non è consolazione, non è il tanto tempo che si stà insieme.
L’amore è il gusto della scoperta dell’Altro. 
Se si ha difficoltà a percepire l’”alterità”, l’identità dell’altro, l’Amore diventa possesso e se non si è in grado di gestire ciò che sfugge al possesso, l’Amore si estingue.
Un amore per sempre lo immagino come quello tra Michelangelo e il suo Mosè.
Dal giorno in cui cominciò a scegliere i pezzi di marmo al giorno in cui finì l’opera passarono 40 anni.
Quarant’anni di scalpello e martello per dargli forma, tra momenti di passione e di odio per non riuscire a finirla, momenti in cui avrebbe voluta finirla ma gli fu impedito.
Mai soddisfatto, alla fine quando lo completò lo guardò e vide che c’era ancora qualcosa di segreto. “Gli scaraventò addosso lo scalpello chiedendogli “Perchè non parli?”
O si è capaci di questo o è meglio non imbarcarsi nell’amore, conviene rimanere al livello elementare delle passioni, lì sono capaci tutti, non occorre fare niente, si è rapiti.
Il salto dall’innamoramento all’amore è un salto mortale.
L’amore non è uno stato di tranquillità, non è la quiete dell’anima, non è prospettiva di garanzie per il futuro, non è neppure una passione.
L’amore è una guerra.

Umberto Galimberti





lunedì 30 luglio 2018

Le Foppe



La foppa, sono convinto voglia dire “buca piena d’acqua”.
Alle Foppe, luogo, ci si arrivava percorrendo tutta la Via Guarnerio fino in fondo e proseguendo sulla strada che portava a Roncello.
Negli anni ’70 l’ultima casa della via era il 46 o il 48, la mia il 44. Poi negli anni costruirono tutto il resto, la casa dei Fumagalli, quella di Pietro costruita con suo papà in quattro anni, nei giorni di sabato e domenica. Di fronte a casa mia c’era la grande villa del Sindaco. Lo conobbi sotto il punto di vista professionale quando mi convocò nel suo ufficio con altri tre amici, tre mamme degli amici e il papà di Alfio. Restituimmo la refurtiva, e promettemmo di non farlo mai più se non volevamo essere denunciati ai Carabinieri.
Il Sindaco ci congedò. Subito fuori dall’ufficio, Alfio le prese da suo padre.
Il calcio glielo diede perchè tutti avevamo un motivo per prendere i soldi, lui il suo aveva pensato fosse meglio non dirlo. Se ne stava lì zitto con la testa abbassata e gli occhi da cagnolino. Lo scappellotto secco che seguì glielo appiccicò su mandibola e collo perchè lui era quello che aveva preso più soldi di tutti. L’ultimo ceffone glielo diede dal nervoso.
Ma questa è un’altra storia, avvenne qualche anno dopo e non c’entra niente con Le Foppe.


Le Foppe
Sulla strada per Roncello c’era una fornace. Mattoni, laterizi, vasi da fiori.
Per farli occorreva l’argilla. In un terreno vicino c’era. 
Inviarono ruspe e camion e iniziarono gli scavi e il trasporto della terra in fornace.
Quando l’argilla era sporca di terreno limoso o sabbioso le ruspa si fermava e procedeva in un’altra direzione. Abbandonarono presto il terreno lasciando una buca quadrata di una ventina di metri per lato e altre tre buche dai contorni irregolari. 
Col tempo l’acqua piovana e le infiltrazioni le riempirono d’acqua, qualcuno ci mise dei pesci e la natura fece il resto. La vegetazione e le intemperie coprirono e levigarono le tracce dei cingoli, smussarono le squadrate palate delle ruspe, il verde si arrampicò sulle collinette brulle di terra da riporto. I mesi e gli anni trasformarono un campo di battaglia in un'oasi. Un’oasi di flora e fauna formatasi dalla dimenticanza. Tappa fissa di anatre migratrici, pescatori, cacciatori e bambini avventurosi. A quarant’anni di distanza non saprei che fine abbiano fatto “Le Foppe”. Con google maps non ne ho trovato traccia. Ditemi che ci sono ancora più belle che mai.

giovedì 28 giugno 2018

L'ultimo Passaggio a Livello


Risparmiate l'ultimo passaggio a livello della città.
Quando il passaggio a livello è abbassato smonto da sella, in canna appoggio gli avambracci al manubrio e osservo. C'è gente. Raro trovare chi si lamenta, ci si rassegna e ci si gode la pausa. Qualcuno si conosce e chiacchiera, qualcun’altro non si conosce e chiacchiera. Vedo il gatto che abita ai binari e come la natura giorno dopo giorno si mangia la casa della ferrovia. Guardo le bici e gioco a ridistribuirle tra i ciclisti più o meno razionalmente. Guardo dove sta andando il cielo e chi lo abita. Comprendo che sulle autoimmobili ibernate non c'è un party.
Il nipotino è il primo a vedere il treno che passa nel racconto del nonno.
Poi il treno passa, tutto passa, ma io c'ero.

lunedì 25 giugno 2018

Inbar Lavi




Blackout cerebrale mentre mi trovo nel reparto ortofrutta di un supermercato, tra zucche e patate.

Non a causa del prezzo del Cavolo Nero o per avere letto l’etichetta degli insensati limoni biologici che arrivano dal Sudafrica. Così, senza un apparente motivo, il cervello non risponde, ha fatto click e si è spento. Che ci faccio qui, non so più di cosa ho bisogno, di cosa ho voglia, quanti soldi ho in tasca, perchè sono al mondo. Quale mondo? La realtà si è dissolta. Forse a causa delle luci al neon, del denso brusio dei consumatori, del che sono a stomaco vuoto? Non mi era mai successo. Forse è così che si annuncia un attacco di panico. Si perde il contatto, si spalanca l’abisso e ci si spaventa.

Con la testa imbottita come se mi avessero insufflato da un orecchio della schiuma espansa tipo quella per riparare i pneumatici forati, mi guardo dal di fuori come con gli occhi di un altro e risulta evidente il mio stato di difficoltà e di malessere. Per ora sono invisibile ma qualcuno potrebbe accorgersi di me.

Allora cerco di afferrare un pensiero, uno qualsiasi che rifaccia partire l’elica, uno qualunque da tirare come fosse la corda di un motore di una piccola imbarcazione che mi porti via a tutta velocità. Comprerò due zucchine.

Dopo due minuti per scollare l’apertura del sacchetto e un altro minuto di zuffa col guanto, rinuncio e li riporto rispettivamente ai loro posti mandando a quel paese le zucchine che neanche volevo.

La salvezza è oltre le casse. Con passo sicuro, con lo stesso cipiglio di uno che ha un altissima probabilità di precipitare in un tombino lasciato aperto, abbandono il reparto verdure, mi addentro con sbuffi di vapore nel freddo siberiano del reparto latticini e la vedo.

Il suo viso riflesso sul vetro dell’armadio frigo delle mozzarelle, non lascia dubbi, è Inbar.

Inbar Lavi. Un’attrice israeliana. Uguale.

Sento la linfa vitale riprendere a scorrermi nelle vene, vorrei dirle qualcosa, attaccare bottone ma mi manca il filo. Elaboro la strategia psittaciforme nascosto tra gli scaffali del pane e focacce. Trovata. Mi lascerò guidare dalla spontaneità, con un approccio wood, alla Woody Allen o alla Clint Eastwood. Mi dò un tono, vado. E’ sparita. Scandaglio ogni superficie, scansiono ogni meandro, frugo in una confezione di korn flakes. Non c’è più. Ma ecco che ormai rassegnato mi sorprende, apparendomi in attesa al banco del pesce.

“Ciao, scusa ma te lo devo proprio dire. Sei l’identica copia della protagonista di Imposters, una serie tv. Forse te l’hanno già detto? Ah no, strano. Sei identica. L’attrice è israeliana, risaputamente le donne più belle del mondo. Nella serie tv interpreteresti il ruolo di una donna che seduce uomini e donne, li fa innamorare perdutamente, li sposa, gli ruba tutto e poi scappa. Nelle ultime puntate si ritrova vittima dei suoi complici truffatori avidi e assassini. Non ha un buco al posto del cuore, neanche un blocco di granito ma neppure un saltamartino, difatti alla fine si innamora del “pollo” di turno che in realtà è un agente dell’FBI sulle sue tracce, un bel trappolone pelato e palestrato.”

“Potresti farmi un autografo tarocco? Se mi concedi anche un selfie poi fotomonto le due cose e posso farmi fortunato con gli amici.”

Mi ha concesso l’autografo, il selfie e in più il numero di telefono, al quale ha risposto un certo Luigi, di Cantù.

giovedì 7 giugno 2018

Tentata Vendita




Parcheggio l’auto in pieno sole di fronte al bar. Sono giorni che lo tengo d’occhio. Hanno cambiato gestione, stanno ristrutturando e non c’è niente di più facile che vendere pubblicità ad una nuova attività. Non mando mail, non telefono, non prendo appuntamenti, salto dentro all’arrembaggio quando meno se lo aspettano. Prima che aprano bocca ho già in mano penna e contratto e inizio a scrivere. Sono un tipo insicuro, ultimamente anche eclettico dicono, per questo esagero. Non è una buona idea parcheggiare l’auto di fronte al bar, potrebbero vederla.

Ha vent’anni, la carrozzeria è ammaccata, graffiata, gratuggiata, abrasa, scolorita, attaccata da uno stormo di picchi rossi. Non la lavo da quattro anni per paura che si sciolga. Verifico che radio, ventola e luci siano spente per permettere alla batteria di fornire tutta la potenza disponibile esclusivamente al motorino d’avviamento. Giro la chiave dell’accensione. Il suono di un gatto in fuga con una lattina legata alla coda, di un bambino che con un cucchiaio di legno pesta forte su di una latta e di un barbiere che affila il rasoio sulla cinghia di cuoio, mi confermano che il motore si è acceso. All'incedere di una stonata manfrina a manovella danzata da bielle e pistoni, riparcheggio in una via laterale dietro ad un cespuglio ricoprendo il tetto e il cofano con arbusti secchi. Avvio la preparazione psico-fisica per l’appuntamento a sorpresa. Con sette respiri violenti per l’ossigenazione del cervello, mi accorgo di esagerare quando a pugni chiusi, tossisco e sputo una foglia aspirata da terra che mi si era incollata in gola. Sostituisco gli occhiali da sole con quelli da vista e mi avvio a piedi alla meta controllando che la patta dei pantaloni sia chiusa. E’ il mio giorno fortunato, la porta del bar è semiaperta. Allungo il collo nel pertugio ed entro con la stessa discrezione di Diabolik nel furto di diamanti al museo. Li vedo, sono in tre a ridosso di un tavolino appoggiato a gambe all'aria su di un altro tavolino. Stanno cercando di infilare l'ultima vite che assicurerà la gambe al piano del tavolo. Mi avvicino e li osservo. La mia vista li spaventa in un muto urlo di terrore fotografandoli in posizioni innaturali. Il basettone biondo rockabilly molla la mascella fino ad appoggiare il mento al tavolino, il paccioccotto in tuta blu aggrappato al tavolino viene sopraffatto da un attacco di tosse asinina e il terzo nella stessa posizione di chi seduto sul water si accorge dello stronzo che gli è rimasto attaccato al culo solo quando alzandosi, si stacca e centra in pieno le mutande calate.

Saluto e senza presentarmi, chiedo del titolare.

Nessuno parla, nessuno si muove, nessuno respira. Non riescono ad inquadrarmi, non capiscono chi io sia, le mie narici si dilatano aspirando a pieni polmoni l’odore della loro paura. Non vesto consueto, vesto elegante ma scombinato. Scelgo i miei capi con l’attenzione di un uomo nudo inseguito da un killer che correndo attraverso le bancarelle del mercato, arraffa capi d’abbigliamento a vanvera tanto per coprirsi e far cessare le urla stridule delle vecchiette appena uscite dalla messa.

Necessitando di una borsa che raccolga listini e contratti, mi è parsa una buona idea avvalermi di una di quelle borse da bici che si attaccano al manubrio della bicicletta.

Guardano me e la borsa, la borsa e me e percepisco il loro disorientamento per la borsetta da ciclista che porto a tracolla che non riescono a decifrare. Chi sarò? Le traiettorie degli sguardi corrono veloci come su un circuito Polistil, la palpebra di un occhio sbarrato vibra, una goccia della fronte esplodendo fa, plic. Mi godo il quadretto in silenzio, l’attimo di celebrità, dell’abuso di potere, immaginandomi ufficiale della finanza, dell'inps, dell'inail, dell'asl del ciuli fruli o giuli.

Quando mi presento come il più grande venditore terracqueo mondiale di pubblicità, la tensione evapora e tutti insieme tiriamo un bel respiro di sollievo, Mai ricevuta tanta accoglienza nel vendere pubblicità. Feci un bel contratto quel giorno, firmarono tutto.

Il giorno dopo, sul giornale lessi del loro arresto.

Nascondevano il vecchio titolare del bar nel congelatore.



giovedì 30 marzo 2017

Far West


L’ultima volta che la vide fu attraverso lo specchietto retrovisore dell’auto mentre era impegnato in una pazza corsa verso la salvezza. Variazioni di traiettorie in controtempo, zigzagate a sorpresa, freno e acceleratore a ripetizione. Le molli gomme invernali sull’asfalto rovente fumavano. Una nutria a bordo strada strizzò gli occhi nel momento del controsterzo proteggendoseli dall’esplosione del ghiaietto. In aiuto, ad ogni buca, il rimbalzo sulle sospensioni esauste collaborava ad evitare le pallottole. Lei lo odiava, non sperava più, sparava.
Il rinculo della Colt Single Action Army, prelevata sfondando la teca delle armi da collezione funzionava benissimo. Ad ogni botto vedeva il braccio di lei gesticolare un “ma va” dopo l’altro. Sprecò le sei opportunità di vederlo morto come si sprecano le palline al luna park per centrare la boccia del pesce rosso. Il tamburo della 6 colpi si fermò alla settima camera di scoppio. La guardò rimpicciolirsi nello specchietto retrovisore. Fu l’ultima volta che la vide.

mercoledì 12 ottobre 2016

Saluti in Corsa


Fabio Cugi cammina lesto mantenendo il vantaggio costante di una decina di metri da me e Ribaud. Otto minuti disponibili per percorrere cinquecento metri e salire sul treno che lo porterà a casa. Ultimo treno della notte. E’ un po’ in ansia, fà freddo e continua a ripeterlo.
Arriviamo in stazione, il treno è fermo al binario uno. Il Cugi snobba il primo vagone perchè c’è un viaggiatore stravaccato a terra nel corridoio. Non importa se il malcapitato si sente male o è solo ubriaco, è stravaccato. Scivola via fino alla seconda carrozza, è pulita. Bel treno, nuovo, interni bianchi, la porta si apre col pigio di un pulsante centrale a led verdi sbuffando aria in pressione.
Fabio sale con solennità e con una lieve goffa indecisione come capitano brillo che sale a bordo di un’astronave interstellare, si gira elargendoci frasi e saluti di circostanza.
Di fronte alla porta aperta frego le mani e allargo le braccia rivolgendo i palmi verso il tepore in fuga che ci investe. I saluti si protraggono, Fabio accenna licenza a prendere posto ma i nostri saluti sono trappola collosa elastica, immobilizzante.
Infine la porta si chiude, un ultimo saluto e spalla a spalla con Ribaud ci portiamo verso l’uscita. Camminando senza foga immagino la scena del saluto dal treno in corsa. Classica scena da film di separazione di un forte legame. I due si continuano a salutare fino a quando chi non è sul treno non riesce a correre più forte e il treno lo supera. A quel punto chi è a bordo abbassa il finestrino, si sporge (vietatissimo) e continua a salutare l’amato fino a che non scompare dissolvendosi nello sfondo nebbioso o notturno o notturno nebbioso.
Lo facciamo? Lo salutiamo in corsa? Ribaud ride e siamo già di ritorno sulle tracce del Sankio.
Il treno è sempre fermo, nel primo vagone completamente vuoto non c’è, è nel successivo, seduto sulla poltroncina vicino al finestrino, vòlto in direzione casa, lato binario non pensilina dove siamo noi. Sta maneggiando al fine di inserire l’auricolare nell’orecchio destro e lo spinge e lo avvita come come una lampadina che non si aggancia al portalampada. Insiste, Non guarda dal finestrino, siamo passato senza malinconia. Ci rivedrà forse tra un mese, quindici giorni, una settimana, non se lo domanda.
Ci sbracciamo per un po’ come due cretini prima di battere due dita sul vetro. La musica non l’ha ancora accesa, è metodico, non va accesa prima che il treno inizi la sua corsa. Ci sente quasi subito e  mascherando un machèdubalotefruste in un piacevolmente sorpreso ci sorride, ci saluta e riprende a rigirarsi l’auricolare guardando in basso come uno che sta accertando non gli stiano andando a fuoco le palle. Continuiamo a salutarlo ma non ci guarda più. Il treno si muove e noi ci muoviamo con lui salutando. Il treno avvia la spunta e noi incollati a salutare Fabio che non ci pensa. Poi si corre fino a che le braccia non salutano più trasformandosi in strumenti d’equilibrio. Fabio a testa bassa smanettando l’auricolare in moplen tagliato con la bakelite, sicuramente comperato dai cinesi, non ha ricambiato i nostri saluti.
Scena più comica che poetica, divertente, il giusto finale di una bella serata anche per Fabio se ci avesse guardato.

sabato 1 ottobre 2016

Santa Sana Gelosia



A men’ché non si parli di gelosia le brutte sorprese mi scivolano via.
Se altrimenti mi bagno, mi inzuppo e mi annego riemergo cavallo che salta dal treno.
Tamburo da galea in petto, elettroni tutt’intorno, impronte in fiamme, orecchie a vapore, ruggine di fili intrecciata la coda infilzata.
Non spacco tutto, respiro.
Imbriglio l’energia per convogliarla nel metodo, raccolta di dati, formulazione di ipotesi, conferma della tesi conseguenza delle ipotesi.
Mai giunto ad una tesi, ho sempre esaurito prima l’energia, della sana gelosia.

giovedì 29 settembre 2016

Il ponte di Trezzo sull'Adda


Al passare dei camion il ponte balla, facendoti provare l’ebbrezza dell’adesso crollo ma non mollo.
Il ponte di Trezzo sull’Adda è elastico. Sembra costruito bene.
Negli anni settanta, alle ore diciotto, il traffico d’auto sul ponte raggiungeva il tutto esaurito. Un serpente col singhiozzo fatto d’auto e camion.
Fermi in coda e senza smartphone, che avrebbero inventato solo quarantanni dopo, ci si concentrava tutti sul “vediamo se qualcosa si muove” con movimenti del collo simili a quello dei polli da batteria pochi secondi prima della consegna del pasto. Quando le auto davanti guadagnavano terreno ci si tirava su con la schiena, si davano due sgasate per disingolfare il motore imballato e in attesa, come di quella parola che non viene, quella sulla punta della lingua, si era tutti pronti a mollare la frizione accompagnandola con una parolaccia, che in spiccioli  significava “era ora”.
Dall’auto davanti sarebbe potuto pervenire un “Maporcaputt…” da quella dietro un “Ostia”. 
Così era il tran tran dalle diciotto alla venti dei giorni feriali, comprendente il “falso allarme incidente” che veniva dato tutte le sere.
Avveniva che la quinta auto davanti alla tua si allontanava, il serpente perdeva la coda e diventava due serpenti. Davanti vanno, perchè qui siamo fermi?
Con una carrellata veloce di tutti coloro che erano al volante si sarebbero potuti distinguere gli autoctoni dai foresti. 
L’autoctono allargava le braccia e sorrideva perchè sapeva, il foresto cercava il morto e i feriti.
La risposta era Rosario Fontanazza.
Palermitano. Capelli bianchi, camicia rossa scozzese e gilet dal quale sbucavano due braccia tese nello sforzo di muovere avanti un carretto stracarico di carta da macero.
Rosario abitava e lavorava di qua dal ponte, la cartiera di là.
Era un brav’uomo, beveva solo un po’, picchiava moglie e figli, ogni tanto accoltellava qualcuno ma tutti gli volevano bene.*
l clacson degli Homer che una volta giunti a casa si sarebbero tuffati sul divano, suonavano fissi, quelli di chi doveva recuperare i figli in palestra sparavano intermittenti come assoli di tromba, chi non teneva alla Ternana suonava,  quello di chi gli stava andando a fuoco la casa no, era rotto. Suonavano tutti, come se le onde sonore assommatesi potessero creare una forza d’urto come quella generata dalla pistola di Lucio in Overwatch, che venisse in aiuto alla spinta del trabiccolo.
Rosario Fontanazza spronato a dare di più, spingeva il suo carretto alla stessa velocità, al massimo. Non poteva fare di più, non era necessario suonare, quindi mollava il carretto si girava verso le auto e lanciava antiche maledizioni trinacriesi con le braccia al cielo. Menagramate, parolacce, uno sputo, una mezza bestemmia. Con il tempo necessario giungeva alla fine del ponte, svoltava a destra veloce, giù in discesa e l’allarme cessava. Ciao Rosario, a domani.

*In realtà non faceva niente di tutto questo, l’ho scritto solo per far contrasto, beveva solo un pochino.


sabato 7 novembre 2015

Se vuoi trovare il fine qual’è… cosa accomuna la carne al caffè?



L’uomo non dovrebbe cibarsi di carne.
Così ci spiegò quarant’anni fa un professore di scienze in un’ora di supplenza alla Scuola media Piero Calamandrei di Trezzo Sull’Adda.
L’apparato digerente dell’uomo non si è evoluto nel corso degli anni per assimilare la carne di grossi animali.
L’intestino è troppo lungo, gli animali carnivori ce l’hanno molto più corto. La carne non deve transitare all’interno per così tanto tempo.

Dall’alba dei tempi l’uomo non nasce cacciatore e neppure allevatore ma “raccoglitore”.
Vagava come una “bubba” cibandosi di quello che trovava sul cammino, vegetali e piccoli animali. Topi, rane, lucertole, uova, implumi volatili e insetti, soprattutto cibandosi di tanti insetti.

La recente notizia dell’Oms che condanna il consumo delle carni rosse come causa di tumori non è una novità per chiunque abbia una minima informazione sull’argomento e quindi, perchè proprio ora prende posizione divulgando e classificandone il consumo come pericoloso al pari dei rischi che provoca l’amianto?

Mi è difficile credere che questa presa di posizione non abbia un fine, che sia stata fatta solo ora perchè solo ora si hanno avuti i risultati scientifici degli studi a riguardo.
Con tutta la buona volontà, la distrazione che mi contraddistingue e la propensione a non crearmi problemi, non ci credo.
Credo che la notizia sia strumento per il raggiungimento di un fine.

Forse Il cibo sta scarseggiando. Il mondo ha fame e un terzo della produzione mondiale di cereali se la pappano gli animali allevati.
Occorre mangiare meno carne per avere a disposizione più cibo.
(Per produrre 1 kg di carne bovina occorrono in media 13 kg di mangime (tra cereali, mais, soia, fieno, ecc.)

Allarghiamo il quadro.

Il giorno dopo la dichiarazione dell’Oms sulle carni viene anticipato che il prossimo candidato ad essere messo sotto esame sarà il caffè.

Sembrerebbe un doppio salto dal palo alla frasca ma se è vero che per ogni atto c’è un fine, in questo caso il fine qual’è?

Se vuoi trovare il fine qual’è…
… cosa accomuna la carne al caffè?

La risposta è: Il forte consumo di acqua.

L’impronta dell’acqua di carne e caffè è tra le più alte tra gli alimenti.

Per produrre un chilogrammo di carne occorrono 15.415 litri d’acqua.
Per una tazzina di caffè 140 litri.



Se la divulgazione di queste notizie è parte di un complotto voglio pensare che sia a fin di bene.

sabato 7 dicembre 2013

Riparazione macchinetta in metallo rolla sigarette


E' pratica, contiene tutto il necessario, tabacco, filtri e cartine.
Dal tabaccaio una macchinetta di marca costa poco più di 10 euro, i modelli cinesi costano la metà ma li sconsiglio. Quello cinese che ho provato aveva il difetto della cromatura che si screpolava andandosi a mischiare col tabacco. Se una cosa costa la metà c'è sempre un perchè.





Da 2010 al 2014 ne ho acquistate 4 (una è in ufficio) perchè dopo un po' il tessuto gommato si consuma e la gomma che lo riveste finisce nella mistura.

Venderanno il ricambio? Certo che no, così mi procuro un pezzetto di tovaglia gommata e provo a ripararala.



E semplicissimo, basta una pinza, un cacciavite e una forbice per tagliare a misura il tessuto da sostituire.
Non descrivo il procedimento perchè è semplice, intuitivo, impossibile sbagliare.



Eccola! bella, come nuova e perfettamente funzionante.









giovedì 5 dicembre 2013

Leggere Gratis.



Oggi la notizia.
La vendita di libri in questi ultimi 2 anni è calata del 14%.
Non mi è difficile far mente locale su cosa sia successo due anni fa.
Il 1 settembre 2011 entrò in vigore la "legge Levi" dal nome del primo firmatario Ricardo Franco Levi, deputato del Partito Democratico.
PD.
Lettori accaniti compratori di libri appuntatevi in vista nome e partito.

Per quello che mi riguarda i miei 2 euro per le primarie glieli infilo volentieri se si tirano giù le mutande chinandosi.

La legge stabilisce un tetto massimo del 15 per cento allo sconto che tutti i venditori (dai piccoli librai, alla grande distribuzione, agli store online) possono applicare sul prezzo di copertina.

Prima della legge compravo in media 4 libri al mese.
Nel 2013 ne ho comperati 2.
Non leggo meno, anzi, la biblioteca comunale vale 100 delle migliori librerie.
Ringrazio Franco Levi per il ravvedimento occorsomi ma non avrà la mia stima. Imporre un tetto di massimo sconto è una cosa che nel commercio non si è mai vista e a quanto pare ha danneggiato proprio gli editori e le librerie che si prefiggeva di proteggere. Fin dal primo momento ho capito che non poteva essere una bella mossa ma a quanto pare ne Franco ne tutto il consenso bipartisan hanno avuto il sospetto. Avessero deciso il dafarsi i 4 pensionati del bar arci di santa maria avrebbero fatto meglio.
Ora anche se mettete la retro continuerò a frequentare la biblioteca comunale perchè il personale è gentile e preparato, si trova praticamente tutto e il servizio è già compreso nelle tasse che paghiamo. Grazie Franco e tutti gli altri, ora fate sta legge elettorale e poi nel frattempo riposatevi.

martedì 19 novembre 2013

AUTOBUK - un sabato mattina nella biblioteca di lodi





Alla fermata del bus leggo l'orario esposto. Ii sabato alcune corse non vengono effettuate, l'orologio segna le 10:20, dovrò attendere 2 ore prima che passi il prossimo con destinazione Crema.
Bar di fronte che mi inviti al quarto caffè, fermata di Via Cavallotti, non mi fermerete. Ripercorro a ritroso il ponte sull'Adda, direzione centro città, stazione dei treni.
A metà strada inciampo nella biblioteca comunale, libri gratis, irresistibile calamita per un guerriero di latta, circo delle meraviglie per un pinocchio a zonzo, profumato miele per l'orso caverlingo. 
L'ingresso e le scale quasi immutate nel tempo mi accompagnano nella nuova biblioteca ristrutturata a nuovo. Spaesato esco e controllo non vi sia l'insegna "Coin".
Le stanze danno la sensazione provata dal passero implume nella scatola delle scarpe chiusa con la stringa e riposta al sole.
Faccio un giro veloce col metodo roomba, aspirapolvere robot che acceso in un nuovo ambiente gira e prende le misure.
In borsa ho un libro preso a prestito dalla biblioteca di Crema.
Gioco a restituirlo a Lodi.
Mi dispiace ma i libri fuori dal circuito di Lodi non si possono restituire qui.
Cambio gioco.
Potrei prendere a prestito un libro? Certo che si, però è necessaria la tessera.
La tessera ce l'ho, esibendo la tessera sanitaria. Non va bene, occorre la tessera della biblioteca. Pausa. Pausa. Pausa lunga. Mi riprendo e chiedo: "…per fare la tessera?". Occorre richiederla. La posso richiedere subito? Si, e tira fuori un modulo da compilare. Intanto che compilo nome, cognome, via ecc. pensando a come se la ride google che sa persino quando mi hanno otturato l'ultimo dente. Spingo giù dalla nuvola la bibliotecaria raccontandogli che a Crema non occorre iscriversi, la tessera sanitaria è già l'iscrizione. Leggono la banda magnetica e compare a video vita, morte e miracoli di tutte le letture effettuate, dei libri che abbiamo in prestito e di quelli che abbiamo ordinato. In preda alle scalmane di un riscaldamento impazzito completo la compilazione del modulo. Ora ho la tessera. L'afferro è la tengo alta, in vista recitando la formula magica. "Vorrei un libro". Vediamo se sono forniti. Il libro è: "La conquista dell'inutile, di Herzog". Avvia la ricerca. Non c'è. Non c'è niente di Herzog. E' un libro nuovo? Domanda sorridendo per la mia ingenuità. No, è del 2007. E' impossibile che non abbiano nulla di Herzog. Mi invita a ripetere il nome. Niente. Ripeto che è impossibile. Faccio lo spelling. Ah, Herzog con la zeta! Comunque niente, il libro non c'è. Con una certa solennità mi invita ad ordinarlo nel circuito della libreria nazionale. Immagino il libro riposto su di un bancale imbarcato da un muletto su di un aereo nell'aeroporto di Palermo. Lasci stare, non fa nulla. So che nel circuito cremasco il libro c'è. Lodi e Dovera distano tra loro 7 km e potrebbero diventare facilmente anello di giunzione. Ma a quanto pare le provincie non si parlano o si parlano in dialetto e non si capiscono. Non me ne vado. Scusi, potrebbe indicarmi dove posso trovare i libri di psicologia? Mortificata risponde che purtroppo i libri di psicologia non sono disponibili, non hanno ancora avuto il tempo di esporli. A partita finita, Crema batte Lodi 3 a 0. Ho sudato molto, non ho trovato ciò che cercavo ma mi si è aggiunta una tessera inutile in più al carnet nel portafoglio. Sabato prossimo non vedo l'ora di rifarci un giro perché la Biblioteca di Lodi è un luogo stimolante e divertente.

domenica 3 novembre 2013

Quanta plastica hai ingoiato oggi?



Da uno studio di Richard Thompson, biologo marino della University of Plymouth.

"…la lenta azione delle forze meccaniche, le onde e le maree che trituravano le coste trasformando le scogliere in spiagge, stava producendo il suo effetto anche sulla plastica. Gli oggetti più grossi stavano lentamente rimpicciolendosi e nello stesso tempo non c'era segno che la plastica si biodegradasse anche se ridotta in frammenti microscopici".

Immaginò che si stesse polverizzando e capì che più diventava piccola e più i problemi diventavano grandi.
Organizzò un esperimento in un acquario usando arenicole dei fondali che vivono di sedimenti organici, cirripedi che filtrano la materia organica sospesa nell'acqua e pulci di mare che mangiano i detriti nella sabbia.
Fornendo loro particelle e fibre di plastica in dimensioni proporzionate ogni creatura le ingeriva all'istante.
Di una cosa fu certo: prima o poi tutti gli esseri viventi l'avrebbero mangiata. "Quando la plastica diventa grossa come un granello di polvere anche lo zooplancton la ingoia".

Gli oceanografi chiamano il Vortice subtropicale del Nordpacifico: La grande chiazza di immondizia del Pacifico.
Nel 2005 stimata in ventisei milioni di chilometri quadrati, all'incirca le dimensioni dell'Africa, non è l'unica, il pianeta ha altri 6 vortici oceanici tropicali, tutti ingombri di una tremenda massa di rifiuti.
Tazzine, tappi di bottiglia, grovigli di lenza e rete da pesca, pezzi di imballaggi, polistirolo, anelli delle confezioni di lattine, palloncini sgonfi, eterei brandelli di pellicola per alimenti e quantità incalcolabili di flosci sacchetti di plastica.
Per la plastica "visibile", si calcola una media di 2 etti di detriti ogni cento metri quadrati di superficie, in totale tre milioni di tonnellate di plastica.
Esami effettuati con strumenti a strascico rivelarono che sul fondo c'era più plastica che plancton, per un peso di 6 volte maggiore.
L'odierno ammontare di plastica impiegherà centinaia di migliaia di anni a consumarsi ma alla fine si biodegraderà.
Gli odierni microbi che scindono gli idrocarburi nei loro costituenti, impararono a mangiare la lignina e la cellulosa e di recente a mangiare il petrolio
La lignina è molto più complessa, eppure si biodegrada, è solo questione di aspettare che l'evoluzione si metta al passo con i materiali che noi stiamo inventando.

frangifiamma per pentole di vetro