giovedì 7 giugno 2018

Tentata Vendita




Parcheggio l’auto in pieno sole di fronte al bar. Sono giorni che lo tengo d’occhio. Hanno cambiato gestione, stanno ristrutturando e non c’è niente di più facile che vendere pubblicità ad una nuova attività.
Da quando mi sono licenziato da operatore al tornio cnc mi occupo di marketing.
Le vetrine del bar sono tappezzate da vecchi quotidiani. Sono giorni che passo, la porta l’ho sempre trovata chiusa e bussando, nessun artigiano è venuto ad aprirmi per comunicarmi il numero di telefono del titolare.
Il tempismo ha un ruolo fondamentale sulla percentuale di riuscita della vendita. Pubblicizzare l’inaugurazione assicura un 90% di probabilità di concludere, se il locale è già aperto diventa 70%. Se passa un mese dall’apertura la percentuale scende al 30%. Se dopo tre mesi il locale non ha sufficienti clienti, la probabilità di fargli firmare un contratto pubblicitario risale al 90%, la stessa percentuale del respingerti il pagamento delle fatture.
Avvio la preparazione psico-fisica per l’appuntamento a sorpresa.
Con sette respiri violenti per l’ossigenazione del cervello, mi accorgo di esagerare quando a pugni chiusi, tossisco e sputo una foglia aspirata da terra che mi si era incollata in gola.
Scendo dall’auto, chiudo la portiera, riapro la portiera e risalgo. Non è una buona idea parcheggiare l’auto di fronte al bar, potrebbero vederla.
Ha vent’anni, la carrozzeria è ammaccata, graffiata, grattuggiata, abrasa, scolorita, attaccata da uno stormo di picchi rossi. Non la lavo da quattro anni per paura che si sciolga.
Verifico che radio, ventola e luci siano spente per permettere alla batteria di fornire tutta la potenza disponibile esclusivamente al motorino d’avviamento. Giro la chiave dell’accensione.
Il suono di un gatto in fuga con una lattina legata alla coda, di un bambino che con un cucchiaio di legno pesta forte su di una latta e di un barbiere che affila il rasoio sulla cinghia di cuoio, mi confermano che il motore si è acceso. Alla musica di un tango zoppo danzato da bielle e pistoni, riparcheggio in una via laterale dietro ad un cespuglio ricoprendoo tetto e cofano con arbusti secchi.
Sostituisco gli occhiali da sole con quelli da vista e mi avvio a piedi alla meta controllando che la patta dei pantaloni sia chiusa.
E’ il mio giorno fortunato, la porta del bar è semiaperta. Allungo il collo nel pertugio ed entro con la stessa discrezione di Diabolik nel furto di diamanti al museo.
Li vedo, sono in tre a ridosso di un tavolino appoggiato a gambe all'aria su di un altro tavolino.
Stanno cercando di infilare l'ultima vite, sorella dell'ultima vite che non si riesce mai a svitare, che assicurerà le gambe al piano del tavolo. Mi avvicino e li osservo. A operazione d'avvitamento conclusa la mia vista li spaventa in un muto urlo di terrore in posizioni innaturali. Il basettone biondo rockabilly molla la mascella fino ad appoggiare il mento al tavolino, il paccioccotto in tuta blu aggrappato al tavolino valuta le vie di fuga con rotazioni della testa da fare invidia al gufo, il terzo immobile nella stessa posizione di chi alzatosi dal water si accorge dello stronzo che gli è rimasto attaccato al culo solo quando come foglia d'autunno da mezzo chilo centra in pieno le mutande calate. Saluto e senza presentarmi, chiedo del titolare.
Nessuno parla, nessuno si muove, nessuno respira. Non riescono ad inquadrarmi, non capiscono chi io sia, sento la loro paura. Non vesto tradizionale. Vesto elegante ma scombinato. Come un uomo nudo che scappa correndo attraverso le bancarelle del mercato, arraffando capi d’abbigliamento a vanvera tanto per coprirsi e far cessare le urla stridule delle vecchiette appena uscite dalla messa. Necessitando di una borsa che raccolga listini e contratti, mi è parsa una buona idea avvalermi di una di quelle borse da bici che si attaccano al manubrio della bicicletta.
Guardano me e la borsa, la borsa e me e percepisco il loro disorientamento per la borsetta da ciclista che porto a tracolla che non riescono a decifrare. Le traiettorie degli sguardi corrono veloci come su un circuito di Tron, la palpebra di un occhio sbarrato vibra, una goccia della fronte esplodendo fa plic. Godo il quadretto in silenzio immaginandomi ufficiale della finanza, dell'inps, dell'inail, dell'asl del ciuli fruli o giuli.
Quando mi presento, gli immaginari spettatori seduti in sala per godersi questo film udirebbero il suono di un grande gong d’ottone di fine round, suonato da un lottatore di sumo col pannolone, che fa di tutti noi, famiglia riunita per il pranzo di Natale.
Mai ricevuta tanta accoglienza nel vendere pubblicità.
Il giorno dopo, sul giornale lessi del loro arresto.
Nascondevano il vecchio titolare del bar nel congelatore.
Forse pensavano fossi della squadra omicidi.


giovedì 30 marzo 2017

Far West


L’ultima volta che la vide fu attraverso lo specchietto retrovisore dell’auto mentre era impegnato in una pazza corsa verso la salvezza. Variazioni di traiettorie in controtempo, zigzagate a sorpresa, freno e acceleratore a ripetizione. Le molli gomme invernali sull’asfalto rovente fumavano. Una nutria a bordo strada strizzò gli occhi nel momento del controsterzo proteggendoseli dall’esplosione del ghiaietto. In aiuto, ad ogni buca, il rimbalzo sulle sospensioni esauste collaborava ad evitare le pallottole. Lei lo odiava, non sperava più, sparava.
Il rinculo della Colt Single Action Army, prelevata sfondando la teca delle armi da collezione funzionava benissimo. Ad ogni botto vedeva il braccio di lei gesticolare un “ma va” dopo l’altro. Sprecò le sei opportunità di vederlo morto come si sprecano le palline al luna park per centrare la boccia del pesce rosso. Il tamburo della 6 colpi si fermò alla settima camera di scoppio. La guardò rimpicciolirsi nello specchietto retrovisore. Fu l’ultima volta che la vide.

mercoledì 12 ottobre 2016

Saluti in Corsa


Fabio Cugi cammina lesto mantenendo il vantaggio costante di una decina di metri da me e Ribaud. Otto minuti disponibili per percorrere cinquecento metri e salire sul treno che lo porterà a casa. Ultimo treno della notte. E’ un po’ in ansia, fà freddo e continua a ripeterlo.
Arriviamo in stazione, il treno è fermo al binario uno. Il Cugi snobba il primo vagone perchè c’è un viaggiatore stravaccato a terra nel corridoio. Non importa se il malcapitato si sente male o è solo ubriaco, è stravaccato. Scivola via fino alla seconda carrozza, è pulita. Bel treno, nuovo, interni bianchi, la porta si apre col pigio di un pulsante centrale a led verdi sbuffando aria in pressione.
Fabio sale con solennità e con una lieve goffa indecisione come capitano brillo che sale a bordo di un’astronave interstellare, si gira elargendoci frasi e saluti di circostanza.
Di fronte alla porta aperta frego le mani e allargo le braccia rivolgendo i palmi verso il tepore in fuga che ci investe. I saluti si protraggono, Fabio accenna licenza a prendere posto ma i nostri saluti sono trappola collosa elastica, immobilizzante.
Infine la porta si chiude, un ultimo saluto e spalla a spalla con Ribaud ci portiamo verso l’uscita. Camminando senza foga immagino la scena del saluto dal treno in corsa. Classica scena da film di separazione di un forte legame. I due si continuano a salutare fino a quando chi non è sul treno non riesce a correre più forte e il treno lo supera. A quel punto chi è a bordo abbassa il finestrino, si sporge (vietatissimo) e continua a salutare l’amato fino a che non scompare dissolvendosi nello sfondo nebbioso o notturno o notturno nebbioso.
Lo facciamo? Lo salutiamo in corsa? Ribaud ride e siamo già di ritorno sulle tracce del Sankio.
Il treno è sempre fermo, nel primo vagone completamente vuoto non c’è, è nel successivo, seduto sulla poltroncina vicino al finestrino, vòlto in direzione casa, lato binario non pensilina dove siamo noi. Sta maneggiando al fine di inserire l’auricolare nell’orecchio destro e lo spinge e lo avvita come come una lampadina che non si aggancia al portalampada. Insiste, Non guarda dal finestrino, siamo passato senza malinconia. Ci rivedrà forse tra un mese, quindici giorni, una settimana, non se lo domanda.
Ci sbracciamo per un po’ come due cretini prima di battere due dita sul vetro. La musica non l’ha ancora accesa, è metodico, non va accesa prima che il treno inizi la sua corsa. Ci sente quasi subito e  mascherando un machèdubalotefruste in un piacevolmente sorpreso ci sorride, ci saluta e riprende a rigirarsi l’auricolare guardando in basso come uno che sta accertando non gli stiano andando a fuoco le palle. Continuiamo a salutarlo ma non ci guarda più. Il treno si muove e noi ci muoviamo con lui salutando. Il treno avvia la spunta e noi incollati a salutare Fabio che non ci pensa. Poi si corre fino a che le braccia non salutano più trasformandosi in strumenti d’equilibrio. Fabio a testa bassa smanettando l’auricolare in moplen tagliato con la bakelite, sicuramente comperato dai cinesi, non ha ricambiato i nostri saluti.
Scena più comica che poetica, divertente, il giusto finale di una bella serata anche per Fabio se ci avesse guardato.

sabato 1 ottobre 2016

Santa Sana Gelosia



A men’ché non si parli di gelosia le brutte sorprese mi scivolano via.
Se altrimenti mi bagno, mi inzuppo e mi annego riemergo cavallo che salta dal treno.
Tamburo da galea in petto, elettroni tutt’intorno, impronte in fiamme, orecchie a vapore, ruggine di fili intrecciata la coda infilzata.
Non spacco tutto, respiro.
Imbriglio l’energia per convogliarla nel metodo, raccolta di dati, formulazione di ipotesi, conferma della tesi conseguenza delle ipotesi.
Mai giunto ad una tesi, ho sempre esaurito prima l’energia, della sana gelosia.