giovedì 8 agosto 2019

Vite da Cani


Edward



Qualche mese fa ho visto ridere mio figlio Leon mentre ascoltava qualcosa con gli auricolari dell'iPod infilati nelle orecchie. Rideva in modo dolce, tenero, e annuiva, non per andare al tempo di quello che stava ascoltando, ma per dimostrare che era d'accordo con ciò che gli entrava nella testa. Gli ho domandato di cosa si trattasse e la sua risposta mi ha stupito: “ È un rap e racconta una storia che sembra scritta da te”. Il rap non è una musica che mi entusiasmi particolarmente, ma ho preso gli auricolari e ho ascoltato una canzone, rappata da un cantante tedesco, che mi ha riempito di entusiasmo e di curiosità. Era la storia di un cane di nome Edward, e per raccontare quanto segue ho fatto un’indagine nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino.

Il cane era nato in un allevamento della polizia tedesca e avrebbe dovuto essere un pastore tedesco di razza pura, ma a quanto pare un altro cane dalle origini poco nobili si era infilato nella gabbia di sua madre e, secondo il responsabile dell'allevamento erano nati sette cuccioli piuttosto strani. Uno di loro era Edward, anche se il suo nome allora era un altro, più breve e secco: Kim. Al momento di mostrare le sue doti, il cucciolo si era messo in luce per il fiuto eccellente, così era stato addestrato come cane antidroga e quando aveva compiuto un anno svolgeva già funzioni investigative all'aeroporto di Berlino.
Il cane annusava con cura le valigie, le scatole, i pacchi e infallibilmente scopriva qualunque piccolo contrabbando di cocaina, eroina, marijuana e altri stupefacenti. Eseguiva il suo lavoro in modo impeccabile, ma i suoi padroni si accorsero che tutta la sua attenzione si concentrava sulle valigie di lusso, sulle Samsonite, Button, Mandarina Duck e altre marche prestigiose, mentre non si dava nemmeno la pena di fiutare gli zaini e i bagagli che tradivano la giovinezza o la povertà dei proprietari. Mentre adempiva alle sue mansioni, il cane restava impassibile a commenti del tipo; “Che bel cane”, non guardava i viaggiatori vestiti in modo formale elegante, ma agitava la coda in modo assai amichevole quando si trattava di punk, di hippy, di rockettari o di chiunque altro fosse vestito in maniera disastrosa. Questa sorta di perdita dell'imparzialità professionale sollevò dei sospetti e così un giorno come tanti i poliziotti fermarono un punk che veniva da Amsterdam, gli tolsero di mano il bagaglio e lo misero davanti al cane. Edward lo fiutò senza entusiasmo, ma quando lo aprirono vi trovarono duecentocinquanta grammi di marijuana messicana. Il cane, che si chiamava ancora Kim fu destituito dal suo incarico, degradato ed espulso dalla polizia tedesca. Ritornò all'allevamento squalificato anche per la riproduzione e finì sulla lista delle bestiole in cerca di un padrone della Società per la Protezione degli Animali. Venne così adottato da una coppia che aveva una casa con giardino nelle vicinanze del Wandsee, un posto raffinatissimo con case patrizie e Porsche ultimo modello parcheggiate davanti a ogni porta. Al cane non piacque quell'ambiente borghese e scappò. Poco tempo dopo ricomparve a Kreuzberg, il quartiere turco, il quartiere degli squatter, di chi occupa vecchie case sopravvissute alla guerra e molto ambite dagli speculatori immobiliari. Divenne la mascotte di un gruppo di punk, che lo chiamarono Edward, e allora sì che il cane cominciò a sfoggiare le sue formidabili doti olfattive. Fra i punk Edward spiccava per il buonumore, è verissimo che si lasciò mettere un piercing all'orecchio sinistro e che andava in giro insieme suoi compagni, non certo padroni, con qualche ciuffo di pelo tinto di rosso e un fazzoletto zapatista intorno al collo. I punk si ritrovarono a bere birra a buon mercato in un parco, lì arrotolavano le loro canne di hashish o marijuana, sotto lo sguardo attento di Edward, e quando il cane alzava la testa, fiutava l'aria e abbaiava, era segno inequivocabile che la polizia stava per arrivare. Edward sentiva l'odore degli sbirri, della madama; un fruttivendolo Curdo di Kreuzberg mi raccontò che il cane punk, come lo chiamava, era riuscito a sventare svariati tentativi di sgombero grazie al suo fiuto. Arrampicato sul tetto di una vecchia casa occupata, annusava l'aria di Berlino e avvisava con grande anticipo del pericolo incombente. I cani delle grandi città normalmente si nutrono di croccantini, quei biscottini duri fatti con gli scarti di altri animali. Edward invece viveva felice ingozzandosi con i gyros di una taverna greca, i doner kebab di un ristorante turco, di cevapcici di un negozio croato, gli shashlik di Amburgo e i teneri wienerwurst di un macellaio tedesco. Allo Spank, una bettola frequentata da vecchi rockettari dove suonano ancora i dischi di vinile, mi hanno raccontato che Edward amava la birra ed era capace di bere varie ciotole della pilsener che gli servivano, nel suo angolo preferito, bello tranquillo, senza dar fastidio a nessuno. Un cliente assiduo dello Spank ha aggiunto che Edward aveva messo incinte varie cagnette e aveva una miriade di figli nel quartiere. Ma tutti parlavano al passato, Edward aveva fatto questo, Edward aveva fatto quell’altro, e allora ho cominciato a domandare dove era adesso il cane o cosa gli era successo. Nessuno ha saputo darmi una risposta. Ho parlato anche con vari punk che mi hanno mostrato le fotografie di Edward, ma nemmeno loro avevano idea di dove fosse finito. “Un bel giorno se ne andato, Se ne andato e basta, puff!”, perché era un cane libero mi ha detto una punk con inconfondibile accento berlinese E ora che scrivo queste righe, mi metto gli auricolari e sottoscrivo i versi centrali del rap: “Dio salvi il cane Edward, custode della nostra piccola libertà”.

(Ritratto di gruppo con assenza - Luis Sepulveda)

giovedì 27 settembre 2018

Ostia!


In Spagna la parola hostia, non è una bestemmia.

Y yo estaba furioso de la hostia, (dannatamente) furioso.

Una sobrecubierta de la hostia. (fantastica) Fue una alegría ver esa nota salir del fax.

¿Senti il suono, la forza, il colpo da dietro che fa impennare e detonare la rabbia o la gioia?

E’ una parola utile, straordinaria, una parola che accende la miccia.

domenica 9 settembre 2018

Cedi la Strada agli Alberi



Franco Arminio “CEDI LA STRADA AGLI ALBERI”

(frammenti di un discorso ecologico dalla casa della paesologia)



Non ti affannare a seminare noie e malanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne. Non aspettarti niente da nessuno e se vuoi aspettarti qualcosa,  aspettati l’immenso, l’inaudito.
 Trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo. Per tornare a casa aspetta che sia sera. Usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.
 Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni.Stai all’aria aperta almeno due ore al giorno.  Ascolta gli anziani, lascia che parlino della loro vita. Fatti delle piccole preghiere personali e usale. Esprimi almeno una volta al giornoammirazione per qualcuno. Dai attenzione a chi cade. Leggi poesie ad alta voce. Fai cantare chi ama cantare. Prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.
 Il bene quando c’è dura assai poco, in genere svanisce il giorno dopo. Girati verso il muro, verso il sole che illumina una faccia qualsiasi. Festeggia appena puoi il minuto più inutile della tua vita.
 Spesso gli uomini si ammalano per essere aiutati. Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino. Salutare un vecchio non è gentilezza, è un progetto di sviluppo locale.
Camminare all’aperto non è seguire il consiglio del medico,è vedere le cose che stanno fuori, ogni cosa ha bisogno di essere vista, anche una vecchia conca piena di terra,
una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.
 Mai vista una primavera così bella, la luce sembra impazzita, è un diamante la testa del serpente, il silenzio concima le ginestre, sono quieti i paesi da lontano. Non insistere a dolerti, ogni albero è tranquillo e felice di vederti.
 Camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che un giro nei dintorni, uscire perché fra poco esce il sole, perché una giornata qualsiasi è il tuo spendore. Pensa, hanno già spezzato una zampa a un cane, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala,apri gli occhi a caso: davanti a te c’è una scena del mondo una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che abbia smesso di piovere.
 C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.
 Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.
Per stare bene non ci vogliono i medici, ci vuole una passione senza fine. Abbiamo bisogno di cose profonde e invece zampettiamo in superficie. Chi è chiuso nella grandi malattie lo sa bene quanta vita sprechiamo noi che stiamo bene.
 Sento che siamo arrivati ai giorni semplici. Ora si può credere a quello che ci accade,
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo  e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia  fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia.
 Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.
 Punta sulla nuvola e su altre cose mute, non tue, non vicine, non addestrate a compiacerti,punta sulla morte, anche sulla morte, sulla sua decenza, sul fatto che non ritratta niente,punta sulla luce, cercala sempre, infine punta sulla tua follia, se ce l’hai, se non te l’hanno rubata da piccolo.
 La notte scorsa nel mondo sono morte tante persone. Noi no. È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo di stare nella luce del giorno, davanti a un albero, a un volto.
 Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme.
Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo,non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento.
Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba, dove non c’è il troppo di ogni cosa, 
dove il poco ancora ti festeggia con il pane e la luce, con la muta lussuria di una rosa.
Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

domenica 2 settembre 2018

Vedi Cara

L’innamoramento non è per sempre. Deve finire per far si che nasca l’amore.
Nell’amore si ha il governo di sè, non si è più travolti da passioni o deliri.
L’amore non è affettività, non è consolazione, non è il tanto tempo che si stà insieme.
L’amore è il gusto della scoperta dell’Altro. 
Se si ha difficoltà a percepire l’”alterità”, l’identità dell’altro, l’Amore diventa possesso e se non si è in grado di gestire ciò che sfugge al possesso, l’Amore si estingue.
Un amore per sempre lo immagino come quello tra Michelangelo e il suo Mosè.
Dal giorno in cui cominciò a scegliere i pezzi di marmo al giorno in cui finì l’opera passarono 40 anni.
Quarant’anni di scalpello e martello per dargli forma, tra momenti di passione e di odio per non riuscire a finirla, momenti in cui avrebbe voluta finirla ma gli fu impedito.
Mai soddisfatto, alla fine quando lo completò lo guardò e vide che c’era ancora qualcosa di segreto. “Gli scaraventò addosso lo scalpello chiedendogli “Perchè non parli?”
O si è capaci di questo o è meglio non imbarcarsi nell’amore, conviene rimanere al livello elementare delle passioni, lì sono capaci tutti, non occorre fare niente, si è rapiti.
Il salto dall’innamoramento all’amore è un salto mortale.
L’amore non è uno stato di tranquillità, non è la quiete dell’anima, non è prospettiva di garanzie per il futuro, non è neppure una passione.
L’amore è una guerra.

Umberto Galimberti


Ho desiderato ci scalpellassimo per sempre.